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Autoefficacia e formazione professionale: il supereroe che nessuno aveva ancora visto

Autoefficacia e formazione professionale: il supereroe che nessuno aveva ancora visto

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Scuola

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Approcci educativi

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Competenze trasversali

Relazione educativa

  • Edunauta.it

  • Pubblicato il : 29/06/2026
  • apprendimento significativo, didattica innovativa, relazione docenti studenti, soft skills,

Di supereroi, il mondo ce ne regala in sovrabbondanza. Sono ovunque: al cinema, nelle serie, sui social, nelle canzoni, sulle felpe dei bambini di sei anni e su quelle dei quarantenni che non vogliono ammetterlo... Alcuni volano, altri si trasformano, salvano mondi interi prima di cena e hanno tutti un'origine traumatica, perché senza trauma non si diventa supereroi, questo lo sanno tutti. I poteri, infatti, compensano esattamente ciò che mancava loro prima.

Abbiamo visto così tanti supereroi che forse abbiamo smesso di chiederci cosa significhi, davvero, sentirsi uno di loro, perché, come diceva un villain Pixar in una battuta che continua a girare vent'anni dopo: "Quando tutti sono Super, nessuno lo sarà più." La diceva Syndrome, ne Gli Incredibili, dove i supereroi a un certo punto vengono costretti a nascondersi, raccontandoci qualcosa che molti di noi riconoscono benissimo: la fatica di chi ha qualcosa dentro e impara presto che è meglio non mostrarlo.

Lo hanno imparato molto bene anche i ragazzi e le ragazze delle scuole dove essere bravi con le mani, saper restaurare un mobile, tagliare un tessuto o costruire una scenografia non è mai stato, agli occhi del mondo, abbastanza super. Sono i ragazzi e le ragazze che il sistema scolastico italiano ha già smistato, con la descrizione silenziosa di chi non vuole sembrare crudele: non per il liceo, non per l'Istituto tecnico, forse nemmeno per il professionale, per loro c'è la formazione professionale. L'ultima fermata, quella dove si sale quando non si è riusciti a restare sul treno.

La stessa fermata in cui sale questa ragazza, a volte è scontrosa, dicono, come se quella parola bastasse a spiegarla: lei ha cucito un costume con le sue mani, in classe, insieme agli altri. Un costume da supereroe costruito attorno a ciò che sa fare e a ciò che è. Quando lo hanno finito di cucire, glielo hanno messo addosso: lei ha sistemato le spalle, ha guardato davanti a sé, e per qualche secondo non ha detto niente.

Non è stato un gesto enorme. Per lei, però, è stato “super”.

Siamo andati a Cuneo, alle Scuole Tecniche San Carlo, per capire come si fa a restituire a un ragazzo o a una ragazza la percezione del proprio valore quando il mondo gliela ha tolta con tanta pazienza e così tanto anticipo.


Gli ultimi della lista: ovvero, come funziona la gerarchia scolastica nella testa degli italiani


C'è una gerarchia che tutti conoscono e pochi ammettono di applicare. Il liceo classico in cima, seguito dagli altri licei, poi gli istituti tecnici, poi i professionali, poi, quasi fuori dalla mappa, i centri di formazione professionale. Una scala che molte famiglie italiane hanno interiorizzato così bene da non ricordare più quando l'hanno imparata.

Risale al 1923. La Riforma Gentile costruì il sistema scolastico italiano attorno a una convinzione precisa: il lavoro intellettuale è superiore a quello manuale. I licei formavano la classe dirigente, le scuole tecniche e professionali formavano chi avrebbe eseguito. Una visione del mondo travestita da pedagogia, che ha attraversato un secolo intero senza che nessuno la ridisegnasse davvero in profondità.

Il risultato è che ancora oggi, quando un ragazzo o una ragazza non entra al liceo, molte famiglie vivono quella scelta come una perdita. Quando, poi, non riesce nemmeno nell'istituto professionale, la narrazione che si consolida dentro di lui o lei è semplice e disarmante: non sono abbastanza.

Il mercato del lavoro, nel frattempo, ha smesso di leggere quella mappa da un pezzo.

In Italia le imprese segnalano crescenti difficoltà nel reperire profili tecnici specializzati, considerati dalle aziende tra i principali vincoli alla crescita: una carenza strutturale che Unioncamere documenta ogni anno nel rapporto Excelsior. I diplomati degli ITS Academy trovano lavoro entro un anno nell'84-87% dei casi, e oltre il 90% degli occupati svolge un lavoro coerente con il percorso seguito, secondo i Monitoraggi nazionali ITS Academy 2024 e 2025. Una percentuale che molte lauree universitarie guardano con una certa invidia.  Inoltre, tutti i diplomi quinquennali, compresi quelli tecnici e professionali, danno accesso a qualsiasi corso di laurea universitario: dettaglio che sorprende ancora molti genitori convinti del contrario.

Negli ultimi anni la dispersione scolastica in Italia è scesa sotto il 10%, secondo gli ultimi dati ISTAT diffusi dal Ministero dell'Istruzione e del Merito, ma continua a coinvolgere migliaia di giovani. Le ricerche evidenziano tra i principali fattori di rischio la scarsa motivazione, il progressivo disimpegno nei confronti della scuola, le difficoltà di apprendimento e la perdita di significato percepito del percorso formativo (Openpolis,https://www.openpolis.it/parole/dispersione-implicita/; INVALSI Open, https://invalsiopen.it/dispersione-scolastica-implicita/).

Non è semplicemente una questione di mancanza di impegno o di volontà. Dietro molti percorsi di abbandono si trovano anni di progressivo distacco dalla scuola: la sensazione di non riuscire a esprimere i propri talenti, di non riconoscersi nelle modalità di apprendimento proposte o di non intravedere un legame tra ciò che si studia e il proprio futuro. Una condizione che alcune ricerche, come quella di Save The Children, descrivono come disaffezione scolastica e che può rappresentare una delle tappe del percorso verso la dispersione. Ennio Ripamonti, che da decenni lavora nelle periferie milanesi, lo dice con precisione in un dialogo con Edunauta sull'abbandono scolastico: questi giovani spesso sono talmente abituati ad andare male che configurano il proprio rapporto con l'apprendimento a partire dalla certezza di non imparare mai. È il risultato di anni trascorsi a sentirsi nel posto sbagliato, per i motivi sbagliati: sono, come li chiama il professor Ripamonti, i carnefici di loro stessi, prodotti di un meccanismo che li ha convinti prima ancora che potessero scegliere.

Una visita a Cuneo e un progetto da supereroi


Le Scuole Tecniche San Carlo esistono dal 1848,. Sono una realtà piccola, radicata, con sedi a Cuneo e Asti, e una specializzazione che in Piemonte è quasi unica: percorsi di formazione professionale nell'artigianato artistico e nei beni culturali. Si impara il restauro ligneo, cartaceo e di dipinti, le costruzioni scenografiche e la decorazione d'ambiente, la sartoria e la filiera della moda.

Siamo andate a visitarli nell'ambito del lavoro che Gĕnĕras Foundation porta avanti con le scuole del territorio: ci hanno colpito i lavori sul legno, ma quello che ci è rimasto non erano i laboratori, per quanto valesse la pena guardarli.

Ci siamo portate a casa il modo in cui la dirigente e le docenti parlano di questi ragazzi e ragazze: senza pietismo, senza la retorica dell'emergenza, quella che trasforma ogni studente in un caso da risolvere e ogni insegnante in un eroe da celebrare.

Ci siamo portate a casa un percorso di vita, la vita di questi giovani. Perché il progetto che la scuola sta portando avanti non è partito dal costume, è partito da molto prima, da un lavoro paziente e preciso che ha chiesto a questi studenti di fare una cosa per molti di loro insolita: guardarsi con attenzione.

Prima sono arrivati gli incontri in cui ciascuno ha imparato a riconoscere i talenti degli altri e a sentirsi riconoscere i propri: nominare ad alta voce, davanti a qualcuno, cosa sai fare, cosa hai, cosa sei. Per ragazzi abituati a sentirsi descrivere per quello che manca, è già uno spostamento enorme della percezione che possono avere d sé.

Poi è arrivata la linea del tempo. Ogni ragazzo, ogni ragazza ha ripercorso la propria storia cercando i momenti in cui era riuscito/a in qualcosa, i passi che aveva fatto, le cose che aveva attraversato. Un modo per portare alla superficie una narrazione diversa da quella che il sistema scolastico aveva scritto su di loro fino a quel momento.

Solo dopo, con quel materiale in mano, hanno disegnato il proprio supereroe.

Sono venuti fuori dei veri capolavori, li abbiamo osservati con ammirazione e stupore. C'è il supereroe che nasce da un bruco e diventa farfalla, capace di far rinascere chi soffre di bullismo e di poca autostima solo con un tocco, perché sa cosa significa dover aspettare dentro un guscio prima di poter volare. C'è quello che porta da mangiare a chi non ce l'ha e si prende cura delle persone in difficoltà, semplice e concreto. C'è quello che sa miscelare gli ingredienti umani giusti per ogni circostanza, come un alchimista delle relazioni. C'è anche quello che difende la natura dai soprusi dell'uomo, perché qualcuno deve pur farlo.

Ognuno con le sue caratteristiche uniche. Ognuno costruito a partire da qualcosa di vero. Ognuno ora consapevole del suo valore e della possibilità di esprimerlo.

Dall'incompetenza consapevole alla consapevolezza dei propri punti di forza


Molti giovani sanno già tutto sui propri fallimenti: li hanno catalogati, li portano con sé, li tirano fuori quando qualcuno si aspetta che facciano qualcosa. Quello che non sanno, o che hanno smesso di cercare, invece, è dove sono i posti in cui riescono. Soprattutto negli anni delle superiori, quelli dell’adolescenza, è più facile trovarsi ad attraversare un deserto minato, piuttosto che una valle fiorita.

Lo psicologo Albert Bandura ha studiato a lungo la capacità umana di percepire il proprio valore e l'ha chiamata autoefficacia: la percezione specifica che una persona ha della propria capacità di riuscire in un compito. Una convinzione che si costruisce nel tempo, attraverso quattro canali precisi: le esperienze dirette di padronanza, cioè il fatto di riuscire davvero in qualcosa; i modelli vicini, persone simili a noi che ce la fanno e ci mostrano che è possibile; il rinforzo sociale, qualcuno che vede quello che facciamo e lo nomina; e gli stati emotivi, perché come ci sentiamo mentre affrontiamo una sfida influenza profondamente quanto crediamo di potercela fare.

Il percorso delle Scuole Tecniche San Carlo lavora esattamente su questi quattro canali, anche senza nominarli così.

Gli incontri in cui i ragazzi e le ragazze imparano a riconoscersi i talenti a vicenda sono rinforzo sociale puro: qualcuno ti vede, ti nomina, dice ad alta voce quello che tu non avresti mai detto di te stesso. La linea del tempo è un'esperienza di padronanza recuperata dalla memoria: hai già fatto cose, hai già attraversato qualcosa, hai già dimostrato a te stesso di essere capace, anche se non te ne eri accorto. Il costume costruito su misura è il punto di arrivo di un processo in cui l'identità smette di essere qualcosa che gli altri ti appiccicano addosso e diventa qualcosa che costruisci tu, con le tue mani, letteralmente.

Questi ragazzi e ragazze sono spesso talmente abituati ad andare male che diventano i carnefici di loro stessi, costruendo il proprio rapporto con l'apprendimento a partire dalla certezza di non imparare mai. Rompere quel meccanismo richiede un contesto che lo renda possibile: qualcuno che veda qualcosa in te prima che tu riesca a vederlo.

Quella soglia, lo spazio tra "non valgo niente" e "c'è qualcosa in me che vale", è una soglia che si apre nella relazione educativa e richiede tempo, pazienza e una scuola disposta a starci dentro senza fretta.

Imparare a guardare, in un tempo in cui le immagini mentono bene


C'è un filo che collega il costume da supereroe allo studio di fotografia d'arte che le Scuole Tecniche San Carlo stanno allestendo. Un filo che cuce, una trama che appare, lo stesso gesto, ripetuto in forme diverse: imparare a costruire un'immagine di sé e imparare a interrogarla.

Tredici costumi sono stati cuciti in classe tra tutti quelli disegnati e tredici supereroi a un certo punto hanno smesso di essere disegni su carta e sono diventati qualcosa da indossare, da abitare, da mostrare. La fotografia è il passaggio finale: dare a ciascun costume uno sguardo, una luce, una presenza e trasformare un oggetto fatto a mano in un'immagine che racconta chi lo ha immaginato.

Viviamo in un tempo in cui le immagini sono ovunque e sempre meno leggibili. I social le moltiplicano, l'intelligenza artificiale le genera dal nulla, i filtri le correggono prima ancora che qualcuno le veda. Distinguere un'immagine vera da una costruita è diventato un esercizio che richiede molto allenamento e che la scuola italiana ancora fatica a mettere al centro.

La San Carlo lo sta facendo, a modo suo, partendo da dove ha sempre lavorato: dalle mani, dalla materia, dal fare concreto. Imparare a scattare una fotografia significa imparare a scegliere cosa mettere dentro e cosa lasciare fuori, dove posare lo sguardo, cosa vale la pena mostrare.

Per ragazzi e ragazze che hanno trascorso anni a sentirsi guardare in un certo modo, imparare a governare lo sguardo è qualcosa di più di una competenza professionale, diventa un modo per riprendere in mano la propria storia e decidere come raccontarla.

Il supereroe che nessuno aveva ancora visto


Quella ragazza con le spalle dritte davanti allo specchio stava provando, forse per la prima volta, a stare dentro una versione di sé che qualcuno aveva visto prima di lei.

È questo, in fondo, il lavoro più difficile che la scuola possa fare: non trasferire contenuti, non preparare al mercato del lavoro, nemmeno includere (parola che usiamo così spesso da averle tolto quasi tutto il peso), il lavoro difficile è stare accanto a qualcuno mentre si vede, mentre attraversa lo spazio stretto e a volte doloroso tra chi pensava di essere e chi scopre di poter diventare.

Le Scuole Tecniche San Carlo lo fanno con i costumi, con le fotografie, con una linea del tempo che restituisce a ciascuno la propria storia. Lo fanno con la franchezza tranquilla di chi non ha bisogno di celebrare quello che fa per sapere che vale.

Syndrome aveva torto, alla fine. Quando tutti sono Super, non sparisce nulla, semmai diventa più urgente il compito di chi educa: aiutare ciascuno a trovare il suo potere specifico, quello che non assomiglia a nessun altro, quello che nasce esattamente da dove fa più male.

Il bruco che diventa farfalla lo sa già: ha solo bisogno che qualcuno gli creda, mentre aspetta.


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