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Per anni l’Asilo nel Bosco di Ostia Antica è stato una delle esperienze più conosciute di educazione in natura in Italia. Oggi il progetto originario non è più attivo nella forma educativa che lo aveva reso noto negli anni della sua espansione.
Non è soltanto la storia di una scuola che chiude. È una storia che ci aiuta a capire qualcosa di più grande: le sfide e le fragilità delle scuole parentali e dei progetti educativi innovativi.
Che cosa possiamo imparare da questa esperienza?
C’era una strada sterrata. Le buche, la pioggia, il fango.
Eppure, ogni mattina qualcuno arrivava.
Famiglie da Roma, da Milano, da fuori regione. Alcune avevano perfino cambiato casa pur di essere lì.
I bambini e le bambine correvano tra gli alberi.
Gli educatori osservavano, accompagnavano, imparavano insieme a loro.
Per anni, in una zona verde alla periferia di Ostia Antica, è successo qualcosa che ha lasciato una traccia profonda: un’idea educativa ha preso forma concreta e ha funzionato davvero.
Non in teoria. Nella vita quotidiana.
L’Asilo nel Bosco di Ostia Antica è stato tra i progetti più conosciuti in Italia nel campo dell’educazione in natura. A un certo punto accoglieva circa 120 bambini e bambine tra nido, infanzia, primaria e medie, diventando un punto di riferimento per molte famiglie che cercavano un modo diverso di vivere la scuola.
Lo diciamo con cautela, ma con chiarezza. Cercando oggi online “Asilo nel Bosco Ostia Antica” non si incontra più il progetto originario come scuola nella forma educativa che lo aveva reso noto negli anni della sua espansione. Restano tracce della sua storia e della sua influenza pedagogica, ma non di quella realtà educativa così come si era strutturata.
Alla domanda: “Esiste ancora l’Asilo nel Bosco di Ostia Antica?”, rispondiamo anche attraverso un confronto diretto con l’attuale rappresentanza legale dell’associazione, Luisa Vianello, che ci ha aiutati a distinguere tra ciò che appartiene alla memoria pubblica del progetto e ciò che oggi non è più in essere nella sua forma originaria, accompagnandoci lungo il viaggio, con le sue sfide e le sue conquiste, che vi raccontiamo nell’articolo.
Certo non significa che l’educazione in natura sia scomparsa. Significa però che una delle esperienze che più hanno contribuito a diffonderla in Italia ha attraversato un percorso che merita di essere compreso.
Dal colloquio con chi ha coordinato il progetto educativo negli ultimi otto anni dell’Asilo nel Bosco, ma anche dagli incontri che nel tempo noi edunauti abbiamo avuto con vari responsabili di iniziative simili, emerge che queste realtà educative intercettano dei bisogni comuni.
Le famiglie che arrivavano all’Asilo nel Bosco, infatti, non cercavano soltanto alberi, fango e libertà; cercavano qualcosa di più profondo: un luogo capace di ascoltare davvero i bambini e le bambine. Un contesto dove apprendimento, emozioni, corpo e relazione non fossero separati.
Nel caso dei più piccoli, spesso si trattava di una scelta educativa positiva: offrire ai propri figli e alle proprie figlie un ambiente più vicino ai loro ritmi naturali.
Nei gruppi dei più grandi, invece, emergeva spesso una ferita. Alcuni bambini e bambine arrivavano dopo esperienze scolastiche difficili: relazioni educative incrinate, carichi didattici percepiti come eccessivi, disagio non ascoltato.
Questo è un punto importante.
Le scuole nel bosco e i percorsi di educazione parentale crescono perché intercettano un bisogno reale: quello di un’educazione più attenta alla relazione e alla persona; quello che chiede all’istruzione scolastica italiana, di riconoscere e rispondere anche al suo ruolo educativo e non meramente istruttivo.
Negli ultimi anni questo bisogno è diventato visibile anche nei numeri. In Italia è cresciuto in modo significativo il ricorso all’istruzione parentale: una modalità prevista dalla normativa italiana in cui i genitori assumono direttamente la responsabilità dell’educazione dei figli. Secondo le rilevazioni del Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli studenti educati in famiglia sono passati da circa 5.100 nell’anno scolastico 2018-2019 a oltre 15.000 nel 2020-2021, stabilizzandosi negli anni successivi (2023-2024) intorno ai 16-17 mila (circa lo 0,2% della popolazione scolastica). I dati ufficiali sono disponibili nel Portale Unico dei Dati della Scuola, che raccoglie le statistiche del sistema scolastico italiano pubblicate dal Ministero.
Accanto all’homeschooling individuale, molte famiglie hanno iniziato a organizzarsi in piccole comunità educative, scuole parentali o micro-progetti educativi condivisi, spesso nati proprio dal desiderio di percorsi più personalizzati e relazionali rispetto alla scuola tradizionale, come documentato dall’Associazione Istruzione in Famiglia.
Questi numeri indicano un bisogno educativo emergente, non un fenomeno di massa. Non sorprende, quindi, che negli ultimi anni il tema di un’educazione più attenta alla relazione, all’esperienza e ai ritmi dei bambini e delle bambine sia entrato sempre più spesso nel dibattito pedagogico nazionale.
C’è un’immagine che restituisce bene il cuore di questa storia.
Arrivare in un luogo non facile da raggiungere, con una strada dissestata e sedi immerse nella campagna, e trovare comunque adulti, bambini e bambine contenti di esserci.
Per anni chi ha vissuto quel progetto racconta di un ambiente educativo e lavorativo raro: intenso, impegnativo, ma attraversato da un forte senso di comunità.
Le famiglie partecipavano.
Gli educatori sperimentavano.
Il progetto cresceva.
Molti genitori si trasferivano persino in zona per poter far frequentare ai figli e alle figlie quella scuola.
Questo elemento merita di essere ricordato. Perché quando si racconta la fine di un’esperienza educativa, il rischio è dimenticare tutto ciò che prima ha funzionato.
Molti progetti educativi innovativi nascono da una visione forte.
A volte da un’intuizione pedagogica.
A volte da una critica alla scuola esistente.
A volte dal desiderio di creare un luogo più umano per i bambini e le bambine.
Ma quando un’esperienza cresce, più bambini e bambine, più famiglie, più educatori, più sedi, cambia la posta in gioco.
Non basta più la qualità della relazione educativa.
Entrano in gioco anche altri fattori:
Sono dinamiche che molte realtà educative innovative conoscono bene.
C’è poi un nodo più sottile.
L’essere “alternativi” può aiutare molto all’inizio: genera entusiasmo, crea appartenenza, apre immaginazione.
Ma se questa identità non viene chiarita bene, può diventare ambigua.
Perché succede che una scuola alternativa attragga famiglie che cercano davvero un progetto educativo trasformativo. Ma può anche attrarre persone che stanno cercando semplicemente un luogo dove prendere distanza da qualsiasi regola o istituzione.
Non è la stessa cosa.
Quando i confini pedagogici e organizzativi non sono esplicitati chiaramente, il rischio è che la comunità si costruisca su aspettative molto diverse tra loro.
Quando si raccontano queste esperienze si parla spesso della bellezza, della natura, della libertà dei bambini e delle bambine.
Molto meno spesso si parla del lavoro invisibile necessario per far durare tutto questo.
Dietro ogni progetto educativo innovativo esiste una struttura fatta di coordinamento, gestione, responsabilità e decisioni difficili.
Quando questa dimensione resta informale troppo a lungo, il peso rischia di concentrarsi su poche persone.
Ed è proprio qui che molte esperienze educative di frontiera incontrano la loro sfida più grande.
Sarebbe comodo leggere tutto questo come un caso isolato. Non lo è.
L’osservazione delle realtà educative informali in Italia racconta una dinamica molto più ampia. Attraverso Edumappa, la piattaforma che mappa i servizi educativi innovativi sul territorio italiano, abbiamo registrato circa 150 scuole parentali attive.
Sono esperienze educative giovani, nate nell’ultimo decennio ma, nonostante ciò, mediamente due o tre di queste realtà cessano l’attività ogni anno. In termini percentuali si tratta di un tasso di chiusura relativamente contenuto, tra l’1 e il 2% annuo, che comunque suggerisce una certa capacità di resilienza di queste comunità educative.
Eppure, dietro questo dato si nasconde una fragilità più profonda. Molte di queste esperienze nascono dalla visione e dall’energia di poche persone che si fanno carico del progetto: educatori, fondatori, famiglie particolarmente attive. Quando queste figure escono, per stanchezza, per cambiamenti di vita o semplicemente per il naturale ciclo delle comunità, l’intera struttura può indebolirsi rapidamente.
Allo stesso tempo, stanno emergendo segnali importanti che indicano una possibile evoluzione del sistema.
L’Asilo nel Bosco di Ostia Antica, noto per essere il primo esperimento di questo tipo in Italia, ha mosso i suoi primi passi nel 2010, con una forte spinta mediatica e di strutturazione attorno al 2014; mentre la scuola statale, dal 2016 riunisce istituti scolastici che sperimentano stabilmente forme di didattica outdoor all’interno dell’struzione pubblica attraverso la Rete nazionale delle scuole pubbliche all’aperto, nata a Bologna e oggi diffusa in molte regioni italiane.
Accanto a questa esperienza, il Comitato Promotore dell’Educazione in Natura continua a collegare educatori, ricercatori e realtà educative parentali impegnate nella diffusione dell’educazione in natura.
Sarebbe riduttivo fermarsi alla parola “chiusura”.
Ciò che si è chiuso a Ostia Antica non è la domanda educativa che quel progetto aveva intercettato.
L’educazione in natura non è scomparsa. In molti casi continua a vivere in esperienze più piccole, meno visibili, spesso nate dal basso. In altri casi ha trovato nuove strade dentro reti educative, dentro comunità di famiglie o dentro la scuola pubblica stessa.
La domanda allora non è soltanto: perché un progetto pionieristico ha chiuso?
La domanda più viva è un’altra.
Quali condizioni servono oggi perché esperienze educative come queste possano durare nel tempo?
Come si costruiscono comunità educanti che non dipendano solo dall’energia di pochi adulti?
Come si sostengono realtà che stanno cercando di rispondere a bisogni profondi delle famiglie e dei più piccoli?
Come si crea un ecosistema educativo capace di custodire queste innovazioni senza lasciarle sole?
Forse è qui che questa storia smette di essere soltanto il racconto di una fine.
E diventa qualcosa di più prezioso: una domanda aperta sul futuro dell’educazione.
Perché ogni volta che un progetto educativo nasce, nel bosco, in una scuola parentale o dentro una classe della scuola pubblica, ci ricorda la stessa cosa: che l’educazione non è mai soltanto un’istituzione.
L’educazione è un cammino collettivo che una società sceglie, ogni giorno, di intraprendere insieme.
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