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Il clima in classe è uno degli elementi più decisivi per il benessere a scuola, eppure spesso resta invisibile. Non riguarda solo i comportamenti degli studenti, ma la qualità delle relazioni che ogni giorno si costruiscono in aula. In questo articolo esploriamo cosa succede davvero e come è possibile trasformarlo.
C’è un momento, durante una lezione, che non compare in nessun registro: non è segnato nel programma, non è valutabile, non si misura con un voto, eppure, chi sta in classe lo riconosce subito:
è quel momento in cui gli sguardi si abbassano,
qualcuno si ritrae,
qualcun altro disturba.
Il docente continua a spiegare, ma la classe, in qualche modo, non è più lì.
A volte è un attimo.
Ma più spesso diventa una quotidianità invisibile, un’abitudine che finiamo per chiamare “normalità”.
In quei passaggi silenziosi si gioca una parte decisiva del benessere a scuola: quello che non si trova dentro voti o pagelle, me è vissuto ogni giorno nelle difficoltà relazionali a scuola e nella possibilità di sentirsi al proprio posto.
Alle primarie si dice spesso: “Sono troppo vivaci”.
Alle superiori, invece: “Sono disinteressati”.
Ma cosa succede nel tempo?
Quando l’energia diventa chiusura?
Quando la curiosità si trasforma in distanza?
Forse non è solo una questione di età o di sviluppo.
Forse è anche il segnale di un clima in classe che, nel tempo, smette di nutrire la relazione e inizia, lentamente, a spegnerla.
Il clima in classe raramente si rompe all’improvviso, si sviluppa come un processo lento, spesso impercettibile. Succede nelle piccole cose che si ripetono ogni giorno:
Spesso leggiamo questi segnali come problemi individuali: lo studente che disturba, quello che non partecipa, quello che “non ha voglia”, ma il comportamento, quasi sempre, è un linguaggio.
E se lo ascoltiamo davvero, racconta qualcosa che riguarda l’intero contesto.
In questo senso, lavorare sul clima scolastico significa uscire da una lettura semplificata e iniziare a porsi una domanda più scomoda, ma più vera:
cosa sta succedendo nella relazione?
È lo stesso passaggio che attraversa anche il tema dell’ascolto attivo: non fermarsi a ciò che appare, ma imparare a leggere ciò che sta sotto.
C’è un altro elemento che rende tutto questo ancora più complesso: la tendenza a normalizzare.
A dire:
“E’ sempre stato così”,
“In quella classe è normale”,
“A quell’età succede”.
E così, lentamente, il disagio si stabilizza.
Gli studenti si adattano a un contesto in cui si sentono poco visti.
I docenti imparano a reggere situazioni faticose, spesso da soli.
La fatica diventa ciò a cui ciascuno si deve sottoporre per reggere il contesto.
Il lavoro portato avanti da Filo Comune ETS, parte della rete Edunauta, attraverso il modello “Con la scuola”, nasce proprio da questa consapevolezza, come emerge anche dai materiali e dalle esperienze raccolte nell’iniziativa (https://www.filocomuneets.it/). Il punto è imparare a leggere il contesto:
Allora “gestire meglio la classe” significa comprendere cosa la classe sta comunicando.
C’è una parte del clima in classe di cui si parla ancora troppo poco ed è quella che riguarda chi la classe la tiene ogni giorno: i docenti.
Perché il clima scolastico viene troppo spesso attribuito agli studenti, ma è profondamente influenzato dallo stato emotivo, dalla lucidità e dall’energia di chi insegna.
Qui emerge che molti insegnanti lavorano in condizioni di fatica relazionale costante. Oltre al carico di lavoro, oltre ai programmi e le verifiche, c’è quella sensazione più sottile, ma continua, di dover:
Senza avere sempre strumenti adeguati.
Nel tempo, questa fatica può trasformarsi in una forma di adattamento silenzioso: si abbassa il livello di aspettativa, si riduce il coinvolgimento, si entra in una modalità più difensiva. È ciò che molti studi e osservazioni sul campo descrivono come burnout degli insegnanti.
Ma prima ancora di diventare burnout, è qualcosa di più quotidiano: una progressiva perdita di spazio interno.
Con la Direttiva n. 83 del 24 novembre 2023, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha introdotto percorsi progettuali dedicati all’educazione alle relazioni, riconoscendo esplicitamente che:
(Fonte: Ministero dell’Istruzione e del Merito – Direttiva 83/2023).
Queta direttiva introduce un cambio di paradigma, perché, implicitamente, viene affermato che il modo in cui stiamo insieme a scuola è tanto importante quanto ciò che impariamo.
Per molto tempo, la scuola ha lavorato, anche in buona fede, su un modello centrato sulla gestione:
Oggi questo approccio mostra i suoi limiti, non perché sia “sbagliato”, ma perché è incompleto.
La complessità delle classi contemporanee, fatta di fragilità emotive, differenze culturali, bisogni educativi diversificati, richiede un salto di sguardo. Uno sguardo capace di costruire contesti in cui:
È lo stesso orizzonte che attraversa il lavoro sull’educazione emotiva a scuola, dove l’attenzione si sposta dalla prestazione alla persona.
Ad esempio, nei percorsi “Con la scuola” emerge l’importanza dei colloqui individuali brevi con gli studenti. Non incontri strutturati o “straordinari”, ma momenti semplici:
“Ti vedo più silenzioso in queste settimane, cosa sta succedendo?”
Domande che non giudicano, ma aprono.
In molti casi, questi piccoli spazi permettono di: disinnescare tensioni, ricostruire fiducia e prevenire escalation comportamentali. Sono interventi minimi, ma ad alto impatto.
Se guardiamo più a fondo, emerge una verità semplice ma spesso trascurata, che è anche il cuore pulsante del nostro programma Edunauta: senza relazione, non c’è apprendimento che tenga nel tempo.
La relazione rende i contenuti possibili, è il ponte attraverso cui passano dal docente agli studenti, il modo in cui arrivano è irrevocabilmente condizionato dal tragitto che percorrono su quel ponte.
Costruire quel ponte di relazione, in modo consapevole, è una prospettiva che ritroviamo anche nei riferimenti teorici di Carl Rogers, che già negli anni ’60 sottolineava come:
“L’apprendimento significativo avviene quando la persona si sente accolta, compresa e non giudicata”, (Fonte: Carl Rogers, Freedom to Learn, 1969).
È proprio qui che si gioca la partita educativa più profonda: più che nel “cosa insegniamo”, nel come costruiamo le condizioni perché qualcuno possa imparare davvero.
Se il clima in classe è il risultato di tante micro-dinamiche quotidiane, allora il cambiamento nasce da piccoli spostamenti di sguardo.
Così il lavoro di Filo Comune ETS propone un cambio semplice, ma radicale: non partire dal comportamento, ma dalla relazione educativa.
Di seguito alcuni semplici passi ed esempi che ci accompagnano lungo il ponte invisibile che rende possibile il passaggio di ogni contenuto.
Un docente racconta, nei materiali di Filo Comune, di uno studente “sempre svogliato”. Durante il lavoro di osservazione, prova a cambiare registro e non lo vede più come quello che: “non ha voglia”
ma, osserva:
“durante la lezione abbassa lo sguardo, non apre il quaderno, evita il contatto”.
Questo piccolo spostamento apre una possibilità e nel colloquio emerge che lo studente non si sente capace, teme l’errore. Infine, non era svogliatezza o disinteresse, era solo difesa.
Un semplice esempio che ci porta nel cuore dell’osservazione senza giudizio, uno degli strumenti centrali del loro modello (vedi i materiali che Filo Comune condivide generosamente sul suo sito web: https://www.filocomuneets.it/accedi_al_materiale_didattico/).
In un’altra situazione, un’insegnante si accorge di usare con uno studente spesso frasi come: “Non ti impegni abbastanza”.
Decide di provare un’alternativa: “In questo passaggio sembri in difficoltà, vediamo insieme da dove ripartire”.
La differenza è concreta: nel primo caso, lo studente si chiude; nel secondo, resta nella relazione. È ciò che Filo Comune chiama linguaggio motivante: non edulcorare, ma orientare senza etichettare.
A volte, il problema che incide sulla motivazione è la distanza percepita. Uno studente accumula insuccessi e smette di provarci. “Non ce la faccio” diventa una convinzione.
In questi casi, aumentare la richiesta rischia di sovraccaricare, mentre la strategia migliore è ridurre la soglia.
Un docente racconta di aver proposto a uno studente: “Oggi proviamo a completare solo i primi due esercizi, insieme”.
Cambia qualcosa, lo studente riesce e quella piccola riuscita riapre uno spazio di possibilità.
Questi esempi non sono tecniche isolate, sono modi diversi di stare nella relazione e, nel tempo, producono effetti visibili:
Il clima cambia perché la relazione diventa più abitabile.
Nessuna tecnica, da sola, è sufficiente; non basta cambiare una strategia, introdurre una regola, applicare un metodo, perché il clima scolastico non è qualcosa che si corregge, è qualcosa che si costruisce, giorno dopo giorno.
Questa costruzione passa da un passaggio tanto semplice quanto esigente: spostare lo sguardo.
Dai comportamenti alle relazioni.
Dalla gestione al significato.
Dalla prestazione alla persona.
È un cambiamento che richiede tempo, allenamento, confronto. Richiede anche di accettare una verità scomoda: ciò che accade in classe non dipende solo dagli studenti, ma anche, profondamente, da come noi adulti abitiamo quello spazio.
Eppure, è proprio qui che si apre una possibilità, perché se il clima è una costruzione, allora può essere anche trasformato e può essere fatto insieme: nel lavoro tra docenti, nella condivisione delle fatiche, nella ricerca di strumenti nuovi. In quella dimensione di comunità educante che non elimina la complessità, ma la rende più sostenibile.
Forse, la domanda con cui restare è:
“Che tipo di esperienza sto rendendo possibile, ogni giorno, per chi entra in questa aula?”.
Perché è lì, in quella esperienza quotidiana e spesso invisibile, che prende forma, davvero, il benessere a scuola.
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