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Apprendimento attivo
Competenze trasversali
Intelligenza emotiva
Relazione educativa
Nei laboratori di Eleusis e Quartetto Fauves il corpo e lo strumento musicale diventano il modo per accorgersi di sé e sviluppare con naturalezza e metodo le cosiddette competenze non cognitive.
È martedì mattina, seconda ora. In un'aula qualunque un bambino si ferma a metà di un gesto. Ha appena scoperto che la sua voce cambia registro quando sente gli altri guardarlo, senza che lui l'abbia deciso. Nessuno gli ha chiesto di recitare una parte. Sta solo imparando a notarsi.
In un'altra scuola, forse a duecento chilometri di distanza, un bambino tiene in mano un archetto e deve aspettare. Il compagno accanto è un po' indietro nel tempo musicale. Per restare dentro la frase, deve rallentare anche lui. Non sta suonando per un pubblico. Sta imparando a regolarsi sull'altro.
Due gesti diversi. Un solo apprendimento, sotto: accorgersi di sé mentre si sta con gli altri. Questo succede, settimana dopo settimana, nei laboratori del gruppo Eleusis e di Quartetto Fauves. Non c'è un saggio alla fine. Non c'è un pubblico ad aspettare. C'è un'ora di lezione, dentro l'orario scolastico, come tutte le altre.
Chi entra per la prima volta in uno di questi laboratori rischia di vedere quello che si vede sempre quando ci sono di mezzo un corpo che si muove o uno strumento musicale: un'attività ricreativa, un intermezzo piacevole nella giornata scolastica, qualcosa che riguarda il talento di pochi, più che l'apprendimento di tutti. È la stessa fatica che raccontano, con parole diverse, sia il gruppo Eleusis sia Quartetto Fauves: far riconoscere che dietro l'esercizio teatrale o lo strumento musicale c'è un lavoro educativo preciso. Quartetto Fauves lo scrive senza mezzi termini nei materiali che accompagnano la propria candidatura a un sostegno di Gĕnĕras Foundation: il compito è far riconoscere la musica come un dispositivo educativo capace di incidere sulle condizioni di vita delle bambine e dei bambini coinvolti, al di là del talento di chi la pratica o del piacere estetico che produce.
Dal 2025, a livello nazionale, qualcosa si muove nella stessa direzione. La legge 19 febbraio 2025, n. 22 ha introdotto per la prima volta lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali come obiettivo esplicito dei percorsi scolastici italiani, dalla scuola dell'infanzia alla formazione professionale. Il Ministero dell'Istruzione, in un documento di accompagnamento alla sperimentazione, richiama gli studi OCSE secondo cui lo sviluppo di queste competenze a scuola porterebbe a migliori prestazioni scolastiche e lavorative, oltre che a un miglior comportamento. Il 15 luglio 2026 il ministro Valditara ha reso noto, rispondendo a un'interrogazione alla Camera, che la sperimentazione triennale coinvolgerà 1.169 istituzioni scolastiche, dopo che una commissione tecnica ha valutato positivamente 443 dei 596 progetti presentati dalle scuole.
Sul piano normativo, dunque, il riconoscimento c'è già. Sul piano della percezione quotidiana, dentro le scuole, resta ancora da costruire. È in questo spazio, fra quello che la legge dice e quello che accade davvero in un'aula, che si muovono da anni sia il Metodo Teatrico di Eleusis sia i laboratori musicali di Quartetto Fauves.
Il gruppo Eleusis nasce a Roma nel 1999 e oggi conta oltre venticinque anni di lavoro sul campo. Chi lo racconta dall'interno tiene a fare una distinzione precisa: una compagnia teatrale ha come scopo la realizzazione di uno spettacolo, il gruppo Eleusis ha come scopo lo stile stesso, il modo di lavorare. È questa la distinzione che permette al gruppo di cambiare continuamente ambito, dalle scuole del Lazio alla sperimentazione avviata in Sardegna sulla nuova legge sulle competenze non cognitive, restando riconoscibile in ogni contesto.
C'è una frase che chi forma al Metodo Teatrico® usa fra sé, quasi un manifesto: “Se non sai come va a finire, allora è teatrico”. Descrive esattamente il tipo di lavoro di cui si parla qui: una formazione che, per quanto progettata, ogni volta si misura con la realtà del momento, senza schemi prefissati che garantiscano come andrà. È imprevedibilità, non improvvisazione casuale. Dentro ogni esercizio resta comunque un metodo, una struttura che tiene. Il risultato però non è mai scritto in anticipo.
Al centro del Metodo Teatrico® c'è un'idea semplice da enunciare e complessa da praticare: il corpo è il primo linguaggio educativo. Non si tratta di insegnare tecniche di recitazione. Si tratta di far accorgere una bambina, un bambino o un adulto, di dimensioni di sé che restano normalmente fuori dall'attenzione: come cambia la postura quando ci si sente osservati, cosa comunica il tono della voce prima ancora delle parole, quanto spazio occupa il proprio corpo in una stanza piena di altri corpi.
Negli esercizi del metodo, ogni gesto diventa una scelta di cui prendersi la responsabilità: quanto parlare, come rispondere, come gestire un'emozione che sale, cosa portare dentro un gruppo. È lo stesso principio su cui si fonda quella che in pedagogia viene chiamata intelligenza cinestetica: imparare attraverso il corpo, anziché nonostante il corpo.
Nelle scuole, grazie a un protocollo con il Ministero dell'Istruzione, le classi teatriche hanno accompagnato per mesi l'attività didattica quotidiana, fianco a fianco con gli insegnanti. Il clima di alcune classi è cambiato, le relazioni tra i docenti sono migliorate. Il sistema scolastico nel suo complesso resta però un sistema enorme, e chi lavora nel gruppo lo dice con chiarezza: non tutta la scuola è cambiata, alcune cellule al suo interno sì.
Quartetto Fauves nasce a Ravenna nel 2009 e lavora con la musica da camera e gli strumenti a corda come strumento di sviluppo della comunità. L'ascolto reciproco, qui, non è una dote che si ha o non si ha, è una competenza che si allena, esercizio dopo esercizio, dentro una prova d'orchestra. Ogni bambina, bambino deve regolarsi sugli altri: rallentare se il compagno è indietro, aspettare il proprio ingresso, correggere il proprio tempo senza che nessuno glielo dica a parole. È lo stesso gesto del bambino con l'archetto in mano dell'apertura di questo articolo, ripetuto ogni settimana, in decine di scuole del territorio.
Dentro l'associazione lavorano, insieme ai musicisti, uno psicologo dell'età evolutiva e un neuropsichiatra infantile, che seguono da vicino l'inclusione di bambine e bambini con fragilità linguistiche, BES, DSA, disabilità visiva. La musica d'insieme diventa, in questo senso, un linguaggio che si può abitare anche partendo da condizioni molto diverse: l'improvvisazione verbale e musicale coinvolge chi fatica con le parole, la scrittura collettiva permette a chi tende a restare ai margini della classe di trovare comunque un posto nel gruppo. Non è una musica pensata per chi ha talento, è pensata perché ogni bambina e bambino, qualunque sia il suo punto di partenza, possa restare dentro un tempo condiviso.
Il laboratorio attraverso cui questo lavoro prende forma si chiama Ta Da Da Dan! e accompagna le classi per l'intero anno scolastico, comprese le settimane estive. Non è pensato per finire in un evento. A giugno, per chi lo desidera, c'è un momento di restituzione pubblica: nel 2025 ha portato oltre trecento persone allo spazio Almagià di Ravenna, ma resta un margine del percorso, non il suo scopo. Quello che rimane, mesi dopo, sono i materiali prodotti dalle classi, i volumi con CD che gli insegnanti riutilizzano negli anni successivi e che la Biblioteca Classense ha scelto di conservare in catalogo. Il segno di un lavoro educativo, quando è reale, si vede da quanto resta dopo che il laboratorio è finito.
Messi uno accanto all'altro, il Metodo Teatrico e i laboratori di Quartetto Fauves raccontano la stessa cosa con due strumenti diversi: il teatro, da un lato; lo strumento musicale, dall'altro. In entrambi i casi, quello che viene allenato non è una tecnica da esibire, è la capacità di accorgersi: del proprio tono, del proprio ritmo, del momento in cui bisogna aspettare, del modo in cui si occupa uno spazio condiviso con altri.
È esattamente il territorio di cui parla la legge sulle competenze non cognitive, la stessa citata all'inizio di questo articolo. Non un ambito nuovo, per chi lavora da anni con il corpo o con la musica nelle scuole. Piuttosto un nome, arrivato solo adesso, per qualcosa che Eleusis e Quartetto Fauves fanno da prima che quel nome esistesse: accompagnare i più giovani e gli adulti a diventare più consapevoli di sé mentre stanno con gli altri. Una competenza che si allena come si allena la lettura o il calcolo, non un dono che si ha o non si ha.
Chi ha letto qualcosa sulle life skills a scuola riconoscerà qui lo stesso nucleo: ascolto, autoregolazione, gestione delle emozioni, responsabilità della scelta. Cambiano gli strumenti, il nodo resta lo stesso.
C'è un punto che riguarda anche chi coordina dall'alto la sperimentazione nazionale sulle competenze non cognitive. Il carico che la legge chiede alle scuole rischia di cadere, come spesso accade, sulle spalle di docenti già alle prese con una burocrazia crescente. Il fenomeno è documentato anche a livello europeo: secondo un rapporto della Commissione europea basato sui dati TALIS 2024, la quota di insegnanti under 30 che dichiara di voler lasciare la professione entro cinque anni è salita dal 10,4% del 2018 al 13,4% del 2024, con stress e burocrazia indicati tra le cause principali.
Una possibilità, mai del tutto esplorata: anziché aggiungere ai docenti un compito in più, facilitare la collaborazione diretta fra le scuole e realtà come Eleusis e Quartetto Fauves, alleggerendo gli adempimenti richiesti per attivarla e garantendo un sostegno economico minimo alle iniziative. È una domanda che, guardando da vicino il lavoro di queste due organizzazioni e molte altre mappate in Edumappa, viene naturale porsi.
Torniamo alle due aule con cui si è aperto questo articolo. Il bambino che nota il cambio nel tono della propria voce. Il bambino che rallenta l'archetto per restare dentro il tempo del compagno. Nessuno dei due sta producendo qualcosa da mostrare a un pubblico: stanno, semplicemente, imparando ad accorgersi.
Resta da chiedersi che cosa succederebbe se questo lavoro quotidiano, silenzioso, senza nulla da mostrare a un pubblico, venisse pubblicamente riconosciuto e sostenuto quanto si riconosce e si sostiene ciò che invece si vede subito.
È la stessa tensione che attraversa chi educa, ogni volta che prova a far capire a una bambina o a un bambino che quello che conta non è la prestazione, non è il voto, è quello che ti cambia dentro. Quello che tocca le tue corde e continua a risuonare nel corpo molto dopo che la lezione è finita
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