Edunauta- Sguardi agli Orizzonti Educativi
  • Home
  • Edumappa
  • Podcast
  • Ottieni supporto
  • Gli Edunauti
  • Blog
  • Login





Educare al pensiero critico: imparare a guardare dove la luce cambia direzione

Educare al pensiero critico: imparare a guardare dove la luce cambia direzione

Categorie

Scuola

Territorio

Argomenti

Apprendimento attivo

Approcci educativi

Cittadinanza

Competenze trasversali

Intelligenza emotiva

Relazione educativa

  • Edunauta.it

  • Pubblicato il : 26/10/2026 - Aggiornato il : 23/10/2026
  • competenze educative, relazione docenti studenti, soft skills, apprendimento significativo,

È mattina, in una quarta dell’IC Sauro-Errico-Pascoli di Secondigliano, periferia nord di Napoli. Una luce bianca entra in una bacinella d’acqua, rimbalza su uno specchio e sul muro si apre una striscia di colori. Laura spiega alle bambine e ai bambini quello che hanno appena visto: la luce, quando passa dall’aria all’acqua, cambia direzione, si piega e, piegandosi, mostra i colori che nel bianco restavano nascosti.

Poi chiede: c’è un punto del nostro corpo dove succede la stessa cosa?

«L’occhio! L’occhio!»

Forse anche il pensiero critico comincia così. Da una mente che attraversa qualcosa di diverso, una domanda, un’altra disciplina, lo sguardo di un compagno e accetta di cambiare direzione. Ogni passaggio la piega un poco e in quella piega compare ciò che prima non si vedeva.

È l’idea che AllenaMenti Nonviolente porta in questa scuola da quasi dieci anni, con laboratori di fisica, teatro e circo tenuti insieme da un’unica cornice: allenare la mente a muoversi in più direzioni, quella capacità che la psicologia chiama flessibilità cognitiva.

Fuori da quell’aula, le direzioni sembrano meno libere. È un quartiere che le ragazze e i ragazzi, la sera, lasciano dicendo «vado a Napoli», come se la città cominciasse altrove. Non ci sono cinema, né teatri. La biblioteca comunale, racconta il dirigente Piero De Luca, è «messa in un vicoletto, e nessuno la conosce». De Luca guida questa scuola da dodici anni e ha scelto di restarci, perché qui, dice, «la scuola ha molto più senso, dove il contesto ha davvero bisogno di qualcosa».

Siamo arrivati lì con Gĕnĕras Foundation ETS, che sostiene il loro lavoro. Qualche ora dopo, a pochi minuti di strada, a San Pietro a Patierno, avremmo ritrovato la stessa domanda in un’altra forma: che cosa vuol dire, a nove anni, scoprire che lo sguardo può cambiare direzione? E che cosa succede quando lo si scopre in un quartiere dove molte strade sembrano già tracciate?

Che cosa vuol dire pensare in modo critico, a nove anni


Nel 1990 l’American Philosophical Association chiese a quarantasei studiosi di trovare un accordo su una definizione. Ne uscì un documento che ancora oggi resta un punto di riferimento, il cosiddetto Delphi Report, curato dal filosofo Peter A. Facione. Il pensiero critico, vi si legge, è un giudizio intenzionale e autoregolato, che porta a interpretare, analizzare, valutare, trarre inferenze e spiegare le ragioni di ciò che si pensa. Alle cinque abilità se ne aggiunge una sesta, l’autoregolazione, la capacità di tornare sul proprio ragionamento e correggerlo quando qualcosa non torna.

Detta così, sembra materia da università. Eppure, a guardarla da vicino, è quello che succede davanti alla bacinella d’acqua. Le bambine e i bambini osservano la luce che si piega, la interpretano, la collegano all’occhio, ne raccontano il percorso e se una risposta non regge ci rimettono mano. La domanda di Laura apre anche un piccolo capovolgimento: i colori stanno nella luce, e dipendono anche dall’occhio che la raccoglie. Dentro quella bacinella c’è già il doppio filo tra oggettività e soggettività che attraversa ogni modo di conoscere.

Facione aggiungeva qualcosa che spesso dimentichiamo e cioè che accanto alle abilità ci sono le disposizioni, cioè il modo in cui una persona sta davanti alle cose: la curiosità come abitudine, l’apertura, la flessibilità, la fiducia nella ragione. Sono attitudini che crescono lentamente, come un modo di camminare e si imparano soprattutto vedendole e vivendole nella pratica.

Anche l’Europa le ha messe nero su bianco. La Raccomandazione del Consiglio sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente del 2018 nomina il pensiero critico tra le abilità che attraversano tutte le competenze, dalla lettura alla cittadinanza, fino al digitale.

Tra la pagina e l’aula, però, resta una distanza. Piero De Luca la nomina senza giri di parole: sul pensiero critico, racconta, «i documenti ministeriali sono ottimi», poi nella scuola, di fatto, «non si fa». Chi insegna conosce bene quella distanza. Ci sono i programmi da finire, le verifiche in calendario, le valutazioni da registrare e la risposta pronta diventa la moneta più facile da spendere. La domanda che sposta lo sguardo chiede tempo, e qualche volta lascia la lezione più disordinata di come l’aveva trovata. «La scuola è già troppo performativa», dice De Luca. E poi, quasi tra sé: le bambine e i bambini «non sono botti da riempire».

C’è un’altra cosa che il dirigente ripete e che vale per molti apprendimenti. Certi valori, se restano contenuti, «si studiano e poi si dimenticano». Se si praticano attraverso un metodo, entrano nella vita della classe e funzionano. «Se non si esercita», dice, «possiamo pure fare chiacchiere».

Forse sviluppare il pensiero critico comincia proprio da qui, da una pratica ripetuta ogni giorno, che lascia alle bambine e ai bambini il tempo di sbagliare strada e di ritrovarla. Come la luce, che cambia direzione ogni volta che attraversa qualcosa di nuovo.

Una scuola dove le relazioni vengono prima


L’IC Sauro-Errico-Pascoli accoglie tra i novecento e i mille alunni, dall’infanzia alla secondaria di primo grado. Accoglie, dice De Luca, «un po’ di tutto»: famiglie che vivono una quotidianità ordinaria e famiglie attraversate da fragilità profonde, nella stessa classe, sullo stesso banco. In un quartiere con pochissimi spazi pubblici, la scuola è diventata un presidio, «di legalità» e «di socialità», un luogo che prova a fare comunità e insieme a crearla.

Per questo, qui, una frase viene prima di tutte le altre. Le relazioni, racconta il dirigente, vengono «prima della burocrazia», «prima dell’amministrazione», e «per certi versi» anche prima della didattica. Senza percorsi che permettano di avvicinarsi alle persone, il resto non trova appoggio.

Sembra un discorso lontano dal pensiero critico. Ci porta invece al suo centro. Dubitare ad alta voce, davanti agli altri, chiede fiducia. Un bambino dice «secondo me non è così» solo se sa che il suo errore verrà accolto come un passaggio e che la sua domanda verrà presa sul serio da qualcuno. Il pensiero critico nasce dentro una relazione e lì trova il coraggio di cambiare direzione.

La mente di Ulisse: pensiero politropico e flessibilità cognitiva


Il primo verso dell’Odissea si apre, come usava allora, con un’invocazione alla Musa, la divinità che ispira i poeti. Omero le chiede di raccontare la storia di Ulisse, e nel primo verso non lo chiama nemmeno per nome. Per presentarlo gli basta una sola parola: polytropos. Nella traduzione italiana più conosciuta, quella ottocentesca di Ippolito Pindemonte che molti di noi hanno incontrato sui banchi di scuola, il verso diventa «Musa, quell’uom di multiforme ingegno / dimmi, che molto errò». Pindemonte lo tradusse con «multiforme ingegno», ma alla lettera, la parola significa “dalle molte svolte” e tiene insieme due cose: un uomo che ha percorso molte strade, e una mente capace di voltarsi in molte direzioni. Il viaggio e il pensiero, nella stessa parola.

Da questa immagine AllenaMenti Nonviolente ha preso il nome del suo approccio, il pensiero politropico. Funziona come una cornice dentro cui entra tutto il resto. «Tutti i laboratori, anche quelli di circo-motricità o di teatro, hanno sempre la cornice politropica», spiega Paola Cotticelli, cofondatrice dell’associazione. «La metodologia deve essere quella.» Fisica, circo, teatro diventano strade diverse per arrivare allo stesso punto: allenare risorse che a scuola, racconta De Luca, restano spesso «molto trascurate».

La psicologia dello sviluppo dà a una di queste risorse un nome preciso: flessibilità cognitiva. Nella sua rassegna sulle funzioni esecutive, pubblicata nel 2013 sull’Annual Review of Psychology, la neuroscienziata Adele Diamond la descrive come una delle tre funzioni esecutive di base, insieme al controllo inibitorio e alla memoria di lavoro. È la capacità di cambiare prospettiva, di adattarsi quando le richieste cambiano, di guardare un problema da un altro lato. È la stessa cosa che fa la luce quando entra nell’acqua: cambia direzione e lo spettro si apre.

Nei laboratori, però, nessuno pronuncia queste parole. Le bambine e i bambini corrono, contano, costruiscono, ridono. «Loro pensano di giocare», dice Cotticelli. «Noi sappiamo che non stanno giocando.» C’è una tensione sottile in questa frase, e AllenaMenti la abita ogni giorno: l’apprendimento è una cosa seria, dice De Luca, e può restare leggero. Cotticelli la chiama una «dimensione terza», diversa da quella della campanella, dove si gioca e si impara nello stesso gesto.

Il cerchio, la conta, la tombola


In una seconda, i bambini sono in piedi, in cerchio. Sembra la cosa più semplice del mondo. «Ci ho messo un anno per farli mettere autonomamente nel cerchio perfetto», racconta Paola, un’educatrice di teatro, a bassa voce, mentre li guarda. Un anno. Per stare in cerchio bisogna vedere chi hai accanto, regolare la distanza, cedere un po’ di spazio e prenderne quanto basta. Prima di essere un’abilità della mente, l’autoregolazione passa dal corpo, dal ritmo, dall’attenzione agli altri, come sa chi impara a suonare insieme. Anche il corpo, qui, ha bisogno di tempo: un esercizio semplice come alzarsi e passarsi una palla, racconta Cotticelli, fino a poco tempo fa «non è riuscito».

Poi arriva la conta. Il gioco chiede di contare insieme, una voce alla volta, senza un ordine stabilito. Se due voci partono nello stesso momento, si ricomincia da uno. Uno, due, tre. Uno, due. Si ricomincia. Ogni volta le bambine e i bambini devono ascoltare il silenzio degli altri, decidere se è il proprio turno, trattenersi, provare. Lo sbaglio arriva spesso, e ogni volta diventa un passaggio del gioco. «Mica semplice, neanche per gli adulti», commenta sottovoce Paola Farris, segretaria generale di Gĕnĕras. E Fabio Giranzani, accanto a lei: «Quante volte anche noi adulti non ci ascoltiamo.»

È qui che la flessibilità smette di essere una definizione. Cambiare direzione, a otto anni, significa accorgersi che un altro ha cominciato a parlare, fermarsi, e cercare un nuovo momento.

C’è poi un gioco che le bambine i bambini raccontano ancora con orgoglio: la «tombola infernale». È una tombola costruita sulla Divina Commedia, dove la narrazione di Dante e i numeri della matematica si incontrano sullo stesso tavolo, con due esperte che si alternano e le cartelle disegnate insieme all’insegnante di arte. Le cartelle sono arrivate fino all’università. È una forma concreta di didattica interdisciplinare, dove i saperi smettono di stare in stanze separate e cominciano a parlarsi ed è anche un modo di fare creatività a scuola senza annunciarla.

Il cerchio, la conta, la tombola chiedono la stessa cosa: una mente che sa voltarsi. Resta da capire che cosa accade quando quella mente, dopo aver cambiato strada, si gira a guardare il percorso che ha fatto.

Un perché al posto della sfida


Bastano pochi minuti di macchina per lasciare Secondigliano e arrivare a San Pietro a Patierno. Anche qui, la sera, le ragazze e i ragazzi «vanno a Napoli». Il quartiere è attraversato dalla pista dell’aeroporto di Capodichino, che lo taglia in due. Dalle case gli aerei passano così vicini da sembrare a portata di mano, e il mondo arriva e riparte ogni pochi minuti, senza fermarsi. Per raggiungere il centro, raccontano gli educatori, c’è un solo autobus.

Qui, dal 2000, la cooperativa Il Grillo Parlante gestisce il Kalimera, un’educativa territoriale dove ogni pomeriggio arrivano bambine, bambini, ragazze e ragazzi dai sei ai sedici anni. Su Edunauta ne abbiamo già raccontato la giornata: il cerchio dell’accoglienza, i tavoli dello studio, i laboratori. Questa volta ci siamo fermati su qualcosa di meno visibile, che riguarda prima di tutto gli adulti.

Alcuni bambini e bambine arrivano al Kalimera portandosi dietro un’aggressività che si sente nel corpo e nelle parole. L’équipe ci lavora ogni giorno, con una regola che Raffaele Desiato, per tutti Lello, coordinatore dell’educativa, ripete senza esitare: «Noi non entriamo mai in sfida con il bambino. È sempre un perché.» Anche davanti a un gesto violento, la prima mossa dell’educatore è una domanda: «Come mai? Che sta succedendo?». E le bambine, i bambini, racconta, a un certo punto «sono disorientati». Si aspettavano lo scontro e trovano qualcuno che chiede.

Questo non vuol dire che tutto sia permesso. «Alcune cose non sono consentite», precisa Lello. La domanda convive con il limite e il limite resta fermo proprio perché nessuno ha bisogno di vincere. Valeria Anatrella, presidente della cooperativa, lo dice con la concretezza di chi ci è passato molte volte: «Se cominci una sfida, la perdi.» Alzi la voce, e la relazione si incrina. Lello aggiunge una frase che vale per ogni adulto che educa: se rispondi colpo su colpo, «stai riproducendo gli stessi schemi, e invece devi rompere quegli schemi».

C’è un pensiero critico che riguarda prima di tutto gli adulti. Tra le disposizioni che Facione attribuisce a chi pensa in modo critico ci sono la prudenza nel giudicare e la disponibilità a rivedere le proprie posizioni. Al Kalimera diventano un gesto preciso: sospendere la reazione che il corpo ha già pronta, e lasciare spazio a una domanda. È lo stesso movimento della luce che entra nell’acqua, cambiare direzione proprio nel punto in cui tutto spinge ad andare dritti. Le disposizioni, dicevamo, si imparano vedendole fare e forse educare al pensiero critico comincia da qui: da un adulto che, davanti a una sedia rovesciata, sceglie di chiedere perché.

Quando le ragazze e i ragazzi spiegano la Costituzione ai genitori


Due anni fa il Kalimera ha dedicato un lungo percorso alla Costituzione. A Roma le ragazze e i ragazzi hanno visitato i luoghi simbolo della vita politica e a Napoli hanno seguito un itinerario nei luoghi legati alla conquista della libertà, a partire dalle Quattro Giornate del settembre 1943.

Il momento che Valeria Anatrella, presidente del Grillo Parlante, ricorda con più emozione è avvenuto dentro l’educativa. Un pomeriggio sono stati le ragazze e i ragazzi a spiegare alcuni articoli della Costituzione ai loro genitori e chi di solito ascolta, quella volta ha preso la parola. Mentre, chi di solito spiega, quella volta si è seduto ad ascoltare.

Interpretare e spiegare sono due delle sei abilità del Delphi Report. Qui diventano qualcosa di più: un gesto di cittadinanza, compiuto davanti alle persone più vicine. Non a caso la Raccomandazione europea sulle competenze chiave lega la partecipazione civica proprio alla «capacità di pensiero critico».

Ogni settembre, al Kalimera, le pareti si svuotano: i lavori dell’anno vengono tolti per ricominciare da capo. Un pannello però resta, quello sui principi fondamentali della Costituzione. «Perché è fondamentale», dice Lello. In un quartiere dove molte cose sembrano lontane, quelle parole restano appese al muro, all’altezza degli occhi delle ragazze e dei ragazzi.

E chi accompagna gli adulti, quando sono loro a dover cambiare direzione?

Domande diverse anche per chi educa


C’è un passaggio che rischia di restare invisibile e forse è il più importante. Prima di chiedere a una bambina, a un bambino di cambiare direzione, un adulto deve averlo fatto, molte volte, su di sé. Il pensiero critico si coltiva negli adulti prima ancora che nelle bambine e nei bambini e anche gli adulti hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a guardare da un altro lato.

Il Grillo Parlante ha investito il contributo di Gĕnĕras proprio qui: nella formazione di tutta l’équipe, compresi gli educatori che di solito restano fuori dai corsi. A guidarla è Salvatore Perozzi, che si è formato con i Maestri di Strada e ha lavorato accanto a Carla Melazzini, autrice di Insegnare al principe di Danimarca, un libro che a Napoli molti educatori conoscono quasi a memoria. Perozzi presenta il suo lavoro con una frase: «Io non vi vengo a dare risposte. Vi vengo a fare domande diverse.»

Gli incontri cominciano in cerchio. Sul tavolo, scrivono gli educatori, finiscono «le storie dei nostri ragazzi, quelle complesse, che ci portiamo a casa la sera». Non c’è un ordine del giorno. Perozzi ascolta, prende appunti, lascia spazio alle divagazioni che in una riunione di solito si tagliano. Dopo una settimana, dieci giorni, restituisce per iscritto ciò che ha raccolto, e da lì il gruppo arriva a una decisione condivisa.

Lello racconta l’effetto più semplice di questo lavoro. Quando stai dentro una cosa tutti i giorni, dice, «puoi perdere un po’ di vista il senso delle azioni che fai», perché diventano routine. Poi ti fermi, e un bambino che si è lanciato sul divano e ha dato pugni al muro smette di essere soltanto un episodio da contenere e diventa una domanda. Che cosa è successo prima? Che cosa stava cercando di dire? È un passaggio che chi lavora con bambini che sembrano opporsi a tutto conosce bene. Fermarsi, spiega Lello, serve a dare «una cornice di senso» anche alle cose che non sono belle.

A Secondigliano, Piero De Luca descrive un percorso simile, durato quasi dieci anni. Si è partiti dalla formazione dei docenti, che col tempo si è trasformata in formazione sul campo, quasi una ricerca condivisa dentro le classi. Gli insegnanti cambiano spesso, «stiamo sempre a formare i nuovi arrivi», ammette. Eppure, qualcosa resta. Quando un docente si appropria del metodo, dice De Luca, la formazione continua da sola, «autoformandosi nella pratica quotidiana».

Al Kalimera come a Secondigliano, la stessa intuizione: la relazione educativa regge quando anche chi educa continua a imparare, e a farsi domande che da solo non avrebbe trovato.

Dove la luce cambia direzione


Torniamo per un momento nell’aula di Secondigliano. Dopo la bacinella e lo specchio, Laura disegna un occhio sulla lavagna. Mostra alle bambine e ai bambini il percorso della luce: entra, si piega attraversando l’occhio, arriva in fondo, sulla retina e lì, l’immagine arriva capovolta. Poi è il cervello a raddrizzarla, ogni volta, senza che ce ne accorgiamo.

Ogni cosa che vediamo, dunque, passa per due movimenti: una luce che cambia direzione e una mente che rimette in ordine ciò che riceve. Nessuno dei due accade da solo.

Forse anche educare somiglia a questo. Ci sono bambine e bambini che arrivano a scuola, o in un’educativa di quartiere, con un’immagine del mondo già capovolta: strade che sembrano tracciate, una città che comincia altrove, aerei che passano sopra le case senza fermarsi mai. Una domanda aperta, un cerchio costruito in un anno, un adulto che chiede «come mai?» invece di alzare la voce, possono piegare quella luce di qualche grado. Poi tocca a loro raddrizzare l’immagine, con i propri occhi.

E tu, domani, quale domanda lascerai aperta un po’ più a lungo?


Condividi sui social


Altri Articoli di interesse

Scuole innovative in Italia: quando il cambiamento non aspetta il sistema

Le scuole innovative italiane si organizzano in reti per cambiare dall'interno. Cosa sono le reti scolast...
27/05/2026

Intelligenza cinestetica: corpo e mente in classe

È possibile avere cura di corpo e mente anche con l’apprendimento cinestetico per un benessere a 360 grad...
24/07/2024

Argomenti

Scegli uno degli argomenti presenti per visualizzare gli articoli correlati


Apprendimento attivo

Approcci educativi

Cittadinanza

Competenze trasversali

Intelligenza emotiva

Relazione educativa


Torna al Blog
Edunauta

Privacy Policy | Cookie Policy



Edunauta è un programma operativo di

Generas Foundation

info@edunauta.it



CF: 97717730150
Via Durando 39
20158 Milano (Bovisatech)
www.generas.it